Oltre il giudizio

Mentre studio per completare il mio percorso di insegnante Feldenkrais, trovo continuamente cose (nuove o vecchie) di me; o meglio, le rivedo e le rileggo in modo nuovo. Ad esempio, rifletto su quanto la dipendenza dal giudizio degli altri abbia condizionato, e continui ancora a condizionare le mie scelte. Ora, avendo iniziato ad acquisire consapevolezza delle autentiche motivazioni che mi portano a compiere o a inibire certe azioni, mi accorgo di più di quanto il giudizio degli altri sia molto importante per me. Una lode, un complimento, mi fa sentire amata, ben voluta, accolta; di contro, un giudizio negativo, un rimprovero, mi fa sentire come se mi mancasse il terreno sotto i piedi [NdC: è interessante notare come la saggezza popolare utilizzi espressioni ispirate alla posizione del corpo nello spazio per descrivere stati d’animo o intenzioni complesse: ad esempio “avere la testa sulle spalle” oppure “fra le nuvole”, “stare con le mani in mano” o “a mani vuote”, tra le tante]. Non sento più le gambe, un tremore diffuso mi pervade tutto il corpo: parte dallo stomaco e si diffonde fino alla testa. I pensieri si frantumano. La nebbia nel cervello. Forse ci si sente così quando si perdono i sensi.
Eppure sembra quasi un dovere ‘esprimere giudizi’ sull’altro, dicendogli che cosa è meglio per lui, sottolineando ciò di cui ha bisogno, che cosa dovrebbe fare per stare meglio. Pensando di fare del bene, accade così di ‘sbattere in faccia’ problemi, errori, magari attingendo al bagaglio di luoghi comuni, cui attribuiamo statuto di verità: “non si può cavar sangue da una rapa”, “chi nasce tondo non può morire quadro”; ancora, “Ma goditi la vita!”, rivolgendosi a una persona repressa e spaventata.
Ognuno di noi sa quanto facciano stare male queste frasi. Quando sono rivolte a noi trovano una grande risonanza nella mente e nel corpo, a volte con conseguenze dolorose.
Il fatto è che perpetuando il giudizio, si compie una cosa ben più grave di ciò che riguarda il giudizio stesso. Infatti, ciò che stiamo attuando è un impedimento, un blocco: non si dà spazio al cambiamento!

conigliolunarecover (grazie a Laura Carpi: lauracarpi.wordpress.com)

conigliolunarecover (grazie a Laura Carpi: lauracarpi.wordpress.com)

Assumere il ruolo di giudice è un comportamento socialmente tollerato, come abbiamo visto, ma essere giudicati non è piacevole per nessuno. Come superare questa contraddizione? Giudichiamo, ma nello stesso tempo temiamo il giudizio e soffriamo se gli altri ci rivolgono parole dure. Ci sono compartimenti stagni nella nostra mente che non dialogano tra loro e che portano a forme di azione contraddittorie. Spesso trattiamo male anche noi stessi, con durezza, a volte con brutalità; siamo molto esigenti nei nostri confronti e non ci fidiamo delle nostre capacità. Perpetuiamo uno schema di comportamento abituale, basato sul conflitto, che si appiattisce sul passato e non concede alcuna possibilità al cambiamento.
Scriveva Moshe Feldenkrais nel libro l’Io potente [NdC: Io potente: uno studio sulla spontaneità e la compulsione (Astrolabio Ubaldini, 2007)]: “Il tempo in cui viviamo è il presente e la cosa più importante è ciò che oggi facciamo di noi stessi”. La cosa sorprendente è che questo ‘tempo presente’ può diventare, con la pratica del feldenkrais, ‘materia viva’ nel corpo, mentre lo si impara a conoscere attraverso il movimento.
Camminare essendo consapevole di come il peso del corpo si appoggia su di un piede e poi sull’altro, passando dal tallone alla punta. Sentire come l’allineamento del tallone con l’ischio permetta di muoversi fluidamente, senza fatica e piacevolmente nello spazio. Tutto questo mi sta dando maggiore sicurezza facendomi sentire che c’è un pavimento che mi sostiene. Ho scoperto anche che se questo pavimento diventasse ondulato, o più morbido, o sabbioso, o si trasformasse addirittura in acqua [NdC: I diversi pavimenti sono come i giudizi ai quali reagiamo.], i miei piedi saprebbero camminare ugualmente. È come imparare ad imparare in che modo ‘aggiustarsi’ ai cambiamenti, fidandomi di me stessa, delle persone che mi sono vicine e dell’ambiente che mi circonda.
Si apre un mondo, mentre abito il mio mondo!

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