Insegnare CAM: una prima esperienza

Come studentessa del training di formazione per diventare insegnanti del Metodo Feldenkrais® posso affermare che nel percorso professionale che ho intrapreso ogni cambiamento verso l’acquisizione di una nuova capacità avviene gradualmente e con cautela. Non avrei mai immaginato all’inizio del corso di poter provare a guidare una CAM con un piccolo gruppo di persone: un gruppo di amici curiosi e desiderosi di provare cose nuove. Alla fine del secondo anno del training è successo ed è stato facile: la possibilità di insegnare è emersa dall’interno, dall’avvertire nel corpo il ricordo di ogni movimento proposto perché già vissuto. Anche la memoria così non vacilla perché le sequenze dei movimenti risiedono nei muscoli, nel sistema nervoso, nelle ossa; tutto il corpo ricorda mentre si descrive un gesto da compiere e una posizione da assumere. Quello che ho scoperto nella mattinata in cui ho proposto ai miei amici la lezione sull’orologio pelvico (lezione n. 6 dal libro di Moshe Feldenkrais Conoscersi attraverso il movimento) è stata l’importanza dell’osservazione, che si allargava dal mio corpo ai corpi degli altri, dal mio ritmo al ritmo degli altri, e della scelta delle parole.
Ho visto una pluralità di possibilità nel modo di realizzare un movimento, ho visto come nettamente si potevano distinguere i modi diversi di respirare, di appoggiarsi al pavimento, di portare le gambe in appoggio, di far ruotare la testa e come questi modi, soprattutto per alcuni, si siano modificati durante la lezione. Ho visto anche la ricerca, l’approssimazione continua e il miglioramento durante le ripetizioni. È stato emozionante, in alcuni momenti, sentirsi un tutt’uno con il gruppo: con le nostre differenze eravamo tutti insieme a cercare l’armonia nel nostro movimento. Anche chi si è concesso di addormentarsi continuava ad essere insieme a noi. Da studenti non si può avere consapevolezza di questo, si è molto attenti a se stessi e alle indicazioni dell’insegnante. Ci si accorge di non aver seguito un’indicazione quando si sente ripetere, con altre parole un’indicazione già data o quando viene espressamente descritta la posizione della mano, della spalla, dei piedi. Si pensa allora di aver seguito un’altra strada che, all’improvviso appare innaturale e quella indicata, invece, così semplice e anche piacevole. “Perché ho messo il braccio in quel modo… Come ho potuto non comprendere subito la posizione indicata? Perché continuo a tenere le gambe stese quando avrei dovuto portarle in appoggio?” Cambiando ruolo e punto di osservazione cambiano anche le domande.
Vedere un gesto che non corrisponde esattamente a quanto indicato mi fa riflettere immediatamente sulle parole usate e mi fa chiedere: “Ho usato una parola ambigua… Quanto potrei essere più precisa e dettagliata nella scelta dei termini?”. La precisione nella scelta delle parole è l’altra cosa importante che ho avuto l’occasione di verificare in questa prima esperienza di conduzione di una CAM. Non che non ne conoscessi l’importanza – in teoria –, ma in questo delicato lavoro una parola distratta potrebbe non favorire quel clima di fiducia necessario per permettere alle persone di porre attenzione a come si muovono e, attraverso questo, giungere ad una maggiore consapevolezza di sé.

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